Integrazione, vicinato, diritti ed economie: le 'parole' della globalizzazione

Autore:Susan Petrilli - Augusto Ponzio
Pagine:183-199
 
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SUSAN PETRILLI - AUGUSTO PONZIO
INTEGRAZIONE, VICINATO, DIRITTI ED ECONOMIE:
LE “PAROLE” DELLA GLOBALIZZAZIONE
I. DIRITTI UMANI, MIGRAZIONI, LA DEMOCRAZIA A VENIRE
1. “Umano”alias “disumano”
Non è difficile rendersi conto, alla luce dei più recenti avvenimenti
del mondo globalizzato e soprattutto per quanto riguarda la soluzione dei
conflitti internazionali (guerre preventive e interventi e guerre umanitarie)
che i cosiddetti “diritti umani” sono sostanzialmente i diritti dell’Identità, i
diritti del “nostro stile di vita” (“our way of life”, come si esprime il testo
della Casa Bianca del 2002, il testo in cui si varò l’idea della “guerra pre-
ventiva”, complementare a quella degli “Stati canaglia”, Rogue States.
Il titolo del saggio di Emmanuel Lévinas “I diritti umani e i diritti altrui”
(un saggio che apparve nella raccolta L’invisibilité des droits de l’homme,
ora in Lévinas, Fuori soggetto, pp. 116-125), è sintomatico della possi\bilità
della contraddizione tra la rivendicazione dei diritti dell’identità come diritti
dell’uomo, e i diritti dell’alterità, i diritti dell’altro.
Ciò richiede una nuova concezione dell’umanesimo, un umanesimo
(da humanitas, humus, come humilitas). È l’umanesimo che Lévinas
(1972) chiama “umanesimo dell’altro uomo”, “un umanesimo dell’alte-
rità”, in cui non c’è più l’illusione di poter trovare nel genere più ampio,
generale, universale, che comprende indistintamente, indifferentemente,
uniformemente tutti gli individui umani, cioè il genere Homo, il “genere
umano”, la possibilità di uscire dalla conflittualità che ogni genere parzia-
le, come ogni identità che vi si appelli, comporta. L’umanesimo che si
richiama al genere Homo resta un umanesimo dell’appartenenza, del-
l’identità, e come tale implica l’identificazione, il riconoscimento,
l’arbitrio dell’ammissione, dell’accettazione condizionata e l’esclusione.
Investimenti in capitale umano, ingerenza umanitaria, interventi
militari umanitari, guerre umanitarie…: umano troppo disumano (v. il vo-
lume della serie “Athanor”, Umano troppo disumano. Nell’odierna fase
della comunicazione-produzione globale il “carattere distruttivo” (Walter
Benjamin) della forma capitalistica ha assunto una portata planetaria. Ad
esso sono inseparabilmente collegati l’affermazione dell’identità e del-
l’appartenenza, la difesa e l’esportazione dei valori del “nostro stile di vi-
ta”, l’“ascesa della soggettività”, l’incremento parossistico delle sue pre-
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tese, della sua fiducia, della sua arroganza, la boria della ragione, l’esalta-
zione della tecnica, del lavoro-merce, della produttività, l’accanimento
della riduzione del sociale a una comunità di lavoro, di “lavoristi”, pro-
prio mentre si prospetta inesorabile la situazione di una “società di lavo-
ratori senza lavoro” (Hannah Arendt).
La produzione-riproduzione odierna ha un “carattere distruttivo”
(Benjamin) non solo nei confronti del prodotto, nei confronti del mezzo
di lavoro divenuto macchina automatica, nei confronti dei posti di lavoro,
ma anche nei confronti dell’ambiente naturale, nei confronti del corpo di
ciascuno, nei confronti della qualità della vita resa dipendente dal lavoro
indifferente e ridotta all’alternanza tempo di lavoro / tempo libero o svuo-
tata e immiserita dalla mancanza di lavoro, in quanto disoccupazione.
L’aspetto più vistoso del carattere distruttivo della comunicazione-
produzione mondializzata è la guerra, perché essa è anche comunicazio-
ne-produzione di guerra. La guerra ha bisogno di sempre nuovi mercati
di armi e di un consenso sempre più ampio e diffuso che la riconosca co-
me giusta e necessaria, quale mezzo di difesa nei confronti del pericolo
crescente rappresentato dall’”altro”, e come mezzo per far valere i diritti
della “propria identità”, della “propria differenza”. Identità e differenza,
che in effetti non è l’”altro” a minacciare o a distruggere, ma proprio que-
sta forma sociale stessa che le incoraggia e le promuove. Certamente essa
ha reso ormai le identità e le differenze del tutto fittizie e fantasmatiche,
ma proprio per questo ad esse ci si aggrappa parossisticamente. E tutto
ciò per la comunicazione-produzione della guerra va senz’altro bene.
2. Migrazioni
Migrazioni è il titolo di un volume “premonitore” della serie “Athanor”
del 1990, che insieme al citato Umano troppo disumano, e a Mondo di
guerra, White Matters, Globalizzazione e infunzionalità, e La trappola
mortale dell’identità, costituiscono il la parte essenziale del materiale e
dei riferimenti bibliografici di base questa relazione.
Il sistema della comunicazione globale non può includere, per motivi
strutturali, la migrazione (e lo si vede sempre di più nei recenti fenomeni
di intervento repressivo contro di essa). Diversamente dal fenomeno tra-
dizionale della emigrazione, la migrazione non può essere resa funzionale
all’attuale forma di produzione capitalistica caratterizzata dalla “produ-
zione-comunicazione”, ed assorbita in esso.
Mentre tendenzialmente le frontiere si aprono totalmente alla circo-
lazione delle merci ivi compresa la forza-lavoro, di fatto si chiudono in-
vece alla migrazione, accentandone al massimo soltanto quel margine
minimo assimilabile alla emigrazione, lo spostamento assorbibile della

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