Esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e riapertura del processo: la giurisprudenza italiana non colma la lacuna normativa e garantisce l’impunità del condannato

AuthorAndrea Atteritano
PositionAssegnista di ricerca in Diritto internazionale nella LUISS "Guido Carli" di Roma
Pages665-674

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@1. L’inutilizzabilità della “revisione” per riaprire i processi dichiarati iniqui dalla Corte europea dei diritti dell’uomo

1. Con la sentenza 129/2008 del 16 aprile 2008, la Corte costituzionale ha escluso l’illegittimità costituzionale dell’art. 630, 1° comma, lett. a) c.p.p. nella parte in cui non prevede, tra i casi di revisione delle sentenze penali di condanna irrevocabili, l’accertata violazione, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, del diritto del condannato a un equo processo (art. 6 CEDU).

Il giudizio di legittimità era stato promosso dalla Corte di appello di Bologna in relazione agli articoli 3, 10 e 27 Cost. e su richiesta della difesa. L’intento era evidentemente quello di ottenere una sentenza additiva della Consulta che rendesse possibile, ai sensi dell’art. 630, 1° comma, c.p.p., la riapertura del processo. Tuttavia, la Corte costituzionale ha rigettato in toto le argomentazioni del rimettente.

La norma impugnata prevede che la revisione del processo possa essere richiesta “se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna non possono conciliarsi con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile”. In pratica, allorché i fatti in base ai quali l’imputato viene condannato sono in contrasto con quelli accertati dalla sentenza di un altro giudice penale, l’imputato condannato può chiedere la revisione del suo caso. Per la Corte di appello di Bologna, tale facoltà dovrebbe essere riconosciuta anche all’imputato condannato a seguito di un processo giudicato iniquo dalla Corte europea. Diversamente si assisterebbe a una “ingiustificata discriminazione tra casi uguali o simili”, in violazione dell’art. 3 Cost. La Corte costituzionalePage 666 rigetta tale tesi, sul presupposto che i casi messi a confronto non sono né uguali, né simili. Ed infatti, la norma in questione prevede la revisione del processo nel caso in cui i fatti storici a fondamento della sentenza siano in contrasto con quelli accertati da altro giudice penale. La Corte europea, invece, non è un giudice penale e non svolge alcun accertamento sui fatti storici relativi al merito del giudizio. Oggetto della sua funzione iusdicente è solo l’accertamento di possibili errori processuali tali da comportare la violazione dell’art. 6 CEDU.

Quanto alla presunta violazione dell’art. 10 Cost., il rimettente sostiene che il principio della presunzione di innocenza è previsto da una norma internazionale consuetudinaria. E poiché dalla presunzione di innocenza deriverebbe anche il diritto alla revisione di una condanna iniqua, escludere la revisione allorché la Corte europea abbia accertato un “vizio fondamentale della procedura” implicherebbe una violazione dell’art. 10 Cost. Anche questa tesi è respinta dalla Consulta. Il principio di presunzione di innocenza accompagna il processando, mentre nel caso di specie, in cui si è formato il giudicato penale di condanna, l’imputato è stato già condannato, con la conseguenza che il principio di innocenza non è applicabile. Inoltre, la giurisdizione della Corte europea e l’efficacia delle sue sentenze sono stabilite da norme pattizie, rispetto alle quali non opera l’art. 10 Cost. La questione di incostituzionalità sollevata non può quindi essere accolta.

Infine, in riferimento all’art. 27 Cost., che sottolinea il carattere rieducativo della pena, la violazione della norma deriverebbe dal fatto che non può esserci rieducazione, se la pena è emessa a seguito di un processo iniquo. In tal caso, infatti, la pena sarebbe percepita come ingiusta dal condannato. Ma anche questo argomento viene rigettato dalla Consulta, in virtù di una netta distinzione, consolidata nella nostra giurisprudenza, tra pena e processo, da cui deriva l’impossibilità di utilizzare nel caso di specie l’art. 27 Cost. come parametro di costituzionalità.

In estrema sintesi, quindi, per la Corte costituzionale la questione di legittimità sollevata dalla Corte di appello di Bologna è mal posta in riferimento agli articoli 10 e 27; infondata in riferimento all’art. 3 perché basata su una nozione di “fatto” eccessivamente allargata e non limitata alle ipotesi di mero fatto storico.

@2. Riapertura del processo c. impunità di fatto del condannato

2. Le argomentazioni utilizzate dalla Corte costituzionale a sostegno del rigetto della questione di incostituzionalità sollevata sembrano, invero, convincenti e circostanziate. Tuttavia, l’esclusione della revisione della sentenza di condanna, per i casi in cui la Corte europea accerti una violazione delle garanzie del giusto processo, produce alcuni effetti collaterali di particolare gravità.

Il caso Dorigo, nel quale è intervenuta la Consulta con la sentenza in commento, ne rappresenta un chiaro esempio.

Il 10 ottobre 1994, Paolo Dorigo, un militante dell’estrema sinistra, viene condannato dalla Corte di assise di Udine per l’attentato terroristico contro la Base NATO di Aviano del 2 settembre 1993. Tra le prove considerate decisive, le dichiarazioni rese da alcuni coimputati in procedimenti connessi, i quali, exPage 667 art. 513 c.p.p., si sono avvalsi, in dibattimento, della facoltà di non rispondere. Il 27 marzo 1996 la sentenza di condanna diventa irrevocabile. Paolo Dorigo viene condannato a 13 anni e 6 mesi di reclusione per associazione con finalità di terrorismo, ricettazione, banda armata, detenzione e porto illegali di armi, attentato per finalità terroristiche e rapina.

Nel settembre 1996, il Dorigo presenta ricorso alla Commissione europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’art. 6 CEDU, non avendo avuto la possibilità di contro-esaminare i testi. Il 9 settembre 1998, la Commissione accoglie il ricorso e accerta la lamentata violazione. Il rapporto della Commissione viene confermato dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa con la risoluzione interinale DH (99) 258, del 15 aprile 1999. L’Italia viene anche condannata al pagamento dell’equo indennizzo. L’equo indennizzo viene pagato ma la detenzione continua. Il Comitato dei ministri critica il perdurare dello stato di detenzione: con tre risoluzioni interinali, raccomanda allo Stato italiano di adottare una legge che preveda la riapertura dei processi giudicati non equi dalla Corte di Strasburgo1.

Nel 2006 il Dorigo presenta istanza di revisione alla Corte di appello di Bologna, sollevando questione di costituzionalità rispetto all’art. 630 c.p.p. La Corte rinvia tale questione alla Consulta (che si pronuncia con la sentenza in esame) e sospende l’esecuzione della pena.

Ancor prima, il Pubblico ministero promuove incidente di esecuzione ex art. 670 c.p.p. davanti alla Corte di assise di Udine, chiedendo una declaratoria di inefficacia del titolo esecutivo costituito dalla sentenza di condanna emessa nei confronti del Dorigo. Con ordinanza del 5 dicembre 2005, la Corte di assise di Udine conferma l’esecutorietà della sentenza, ma avverso tale ordinanza, il Pubblico ministero propone ricorso per Cassazione. Il 1° dicembre 2006, la I Sezione penale del Supremo Collegio annulla, senza rinvio, l’ordinanza impugnata, affermando che a norma dell’art. 670 c.p.p., il giudice dell’esecuzione deve dichiarare l’ineseguibilità del giudicato se la Corte europea “abbia riconosciuto il diritto del condannato alla rinnovazione del giudizio”.

Con la pronuncia della Corte costituzionale, il quadro sembra essere completato, ma la soluzione complessiva a cui si è pervenuti è poco rassicurante.

Allo stato attuale, Paolo Dorigo, pur essendo stato condannato nel pieno rispetto della legge processuale italiana vigente all’epoca del giudizio di merito, non è più in stato di detenzione. La sentenza irrevocabile di condanna pronunciata nei suoi confronti non è esecutiva, in quanto la Corte europea (rectius il Comitato dei ministri, in base alla procedura vigente prima dell’entrata in vigore della riforma operata con i Protocolli 9 e 112) avrebbe riconosciuto il suo dirittoPage 668 alla rinnovazione del processo. Tuttavia, poiché la Corte costituzionale ha escluso l’utilizzabilità dello strumento della revisione, il processo a suo carico non può essere riaperto. Il risultato conseguito è che al condannato con sentenza passata in...

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